“Il primo periodo creativo dal 1949 al 1955 si realizza con la pittura a olio, d’impianto figurativo, chiarista, con una lavorazione scarna ed essenziale dai colori tenui e delicati.
Dopo una fase di inattività l’artista torna a esprimersi negli anni 1964-1965 con opere di grafica, di una grafica che tende ancora al figurativo ma che già evidenzia tratti sfumati, attenuati, tendenti all’astrattizzazione.
Dal 1965 al 1970 appaiono le chine colorate che da figurative approdano ben presto ad una tematica più rarefatta e tenue, sommessa ed esile, che si direbbe sia il tratto specifico dell’indole dell’artista: sono i motivi lagunari e vegetali. La china è una tecnica che Nelda Stravisi predilige, ancor più con una variante che è il lavis con la quale riesce ad esprimere una sorta di materico liquido, sviluppando sempre nuovi dettagli e nuove dimensioni, fanno capolino i mosaici, i pezzi archeologici, le pietre, i muretti carsici, i frammenti petrosi. Dai temi vegetali e lagunari la ricerca approda a quelli archeologici: la natura si trasferisce nell’archeologia (l’idea dell’archeologia della memoria) e l’artista riscopre i valori universali legati ai temi dell’arte paleocristiana, di quella etrusca e di quella orientale mediante una ricca e sontuosa simbologia. Simbologia che è esigenza di significati universali ed eterni: la colombella che si disseta, il pavone, i pesci, la voluta, la spirale a significare l’alternarsi del bene e del male, del positivo e del negativo.
Gli anni ’80 e ’90 sono estremamente proficui e fecondi nel lavoro artistico della Stravisi che alle chine accoppia l’uso felice degli olii e delle tecniche miste, come pure dei collages e delle così dette chine stracciate: è sempre l’archeologia della memoria che s’affaccia e s’impone ma arricchita e perfezionata dall’affinamento dell’esperienza, dell’approfondimento e dalla maturità.
Del 1997 è la “scoperta” della scultura in legno, esigenza che non è per nulla in contraddizione con l’opera precedente: è sempre espressione, manifestazione, ricordo e memoria del frammento e quindi del tempo (e della natura), di ciò che è rimasto e si è salvato dalla furia della consunzione e del disfacimento.”
(Tratto da R. Sangiglio, “Nelda Stravisi, i segni antichi, la memoria nel tempo”)